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Benedetto XVI Omelia 2005/3

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Insediamento sulla CATHEDRA ROMANA del Vescovo di Roma
Basilica di San Giovanni in Laterano
Sabato, 7 maggio 2005

 

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Questo giorno,
nel quale posso
per la prima volta

insediarmi
sulla Cattedra
del Vescovo
di Roma
quale successore
di Pietro,

è il giorno
in cui in Italia
la Chiesa celebra
la Festa
dell’Ascensione
del Signore.

Al centro
di questo giorno,
troviamo Cristo.

E solo
grazie a Lui,
grazie al mistero
del suo ascendere,

riusciamo
a comprendere
il significato
della Cattedra,

che è a sua volta
il simbolo
della potestà
e della responsabilità
del Vescovo.

Benedetto XVI Omelia 2005/3

Cosa ci vuol dire
allora
la Festa
dell’Ascensione
del Signore?

Non vuol dirci
che il Signore
se ne è andato
in qualche luogo

lontano
dagli uomini
e dal mondo.

L’Ascensione
di Cristo
non è un viaggio
nello spazio
verso gli
astri più remoti;

perché,
in fondo,

anche gli astri
sono fatti
di elementi
fisici
come la terra.

L’Ascensione
di Cristo
significa che Egli
non appartiene più

al mondo
della corruzione
e della morte
che condiziona
la nostra vita.

Significa
che Egli appartiene
completamente
a Dio.

Egli
– il Figlio Eterno –
ha condotto
il nostro
essere umano
al cospetto di Dio,

ha portato con sé
la carne e il sangue
in una forma
trasfigurata.

L’uomo
trova spazio
in Dio;

attraverso Cristo,
l’essere umano
è stato portato
fin dentro
la vita stessa
di Dio.

E poiché
Dio abbraccia
e sostiene
l’intero cosmo,

l’Ascensione
del Signore
significa
che Cristo non si
è allontanato
da noi,

ma che adesso,

grazie
al Suo essere
con il Padre,

è vicino
ad ognuno
di noi,
per sempre.

Ognuno di noi
può darGli
del tu;
ognuno può
chiamarLo.

Il Signore
si trova
sempre a
portata di voce.

Possiamo
allontanarci
da Lui
interiormente.

Possiamo vivere
voltandoGli
le spalle.

Ma Egli
ci aspetta sempre,
ed è sempre
vicino a noi.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Dalle letture
della liturgia odierna
impariamo anche
qualcosa in più

sulla concretezza
con cui il Signore
realizza questo
Suo essere vicino
a noi.

Il Signore
promette
ai discepoli
il Suo
Spirito Santo.

La prima lettura
ci dice che
lo Spirito Santo
sarà “forza”
per i discepoli;

il Vangelo
aggiunge
che sarà guida
alla Verità
tutt’intera.

Gesù
ha detto tutto
ai Suoi discepoli,

essendo
Egli stesso
la Parola vivente
di Dio,

e Dio
non può dare
più di sé stesso.

In Gesù,
Dio ci ha donato
tutto sé stesso
– cioè –
ci ha donato tutto.

Oltre a questo,
o accanto
a questo,
non può esserci
nessun’altra
rivelazione

in grado di
comunicare
maggiormente

o di completare,
in qualche modo,
la Rivelazione
di Cristo.

In Lui,
nel Figlio,
ci è stato
detto tutto,
ci è stato
donato tutto.

Benedetto XVI Omelia 2005/3

Ma la nostra
capacità
di comprendere
è limitata;

perciò la missione
dello Spirito

è di introdurre
la Chiesa in modo
sempre nuovo,
di generazione
in generazione,

nella grandezza
del mistero
di Cristo.

Lo Spirito
non pone nulla
di diverso
e di nuovo
accanto a Cristo;

non c’è nessuna
rivelazione
pneumatica
accanto a quella
di Cristo

– come
alcuni credono -,

nessun
secondo livello
di Rivelazione.

No:
“prenderà del mio”,
dice Cristo
nel Vangelo
(Gv 16,14).

E come Cristo
dice soltanto
ciò che sente
e riceve dal Padre,

così
lo Spirito Santo
è interprete
di Cristo.

“Prenderà del mio”.

Non ci conduce
in altri luoghi,
lontani da Cristo,
ma ci conduce
sempre più dentro
la luce di Cristo.

Per questo,
la Rivelazione
cristiana è,
allo stesso tempo,
sempre antica
e sempre nuova.

Per questo,
tutto ci è sempre
e già donato.

Allo stesso tempo,
ogni generazione,
nell’inesauribile
incontro col Signore

– incontro mediato
dallo Spirito Santo –

impara sempre
qualcosa di nuovo.

Così,
lo Spirito Santo
è la forza

attraverso la quale
Cristo ci fa
sperimentare
la sua vicinanza.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Ma la prima lettura
dice anche
una seconda parola:
mi sarete testimoni.

Il Cristo risorto
ha bisogno
di testimoni
che Lo hanno
incontrato,

di uomini
che Lo hanno
conosciuto
intimamente

attraverso
la forza dello
Spirito Santo.

Uomini
che avendo,
per così dire,
toccato con mano,
possono
testimoniarLo.

È così
che la Chiesa,
la famiglia
di Cristo,
è cresciuta

da “Gerusalemme…
fino agli estremi
confini della terra”,
come dice la lettura.

Attraverso
i testimoni
è stata costruita
la Chiesa

– a cominciare
da Pietro e da Paolo,
e dai Dodici,

fino a tutti
gli uomini
e le donne che,
ricolmi di Cristo,
nel corso dei secoli

hanno riacceso
e riaccenderanno
in modo
sempre nuovo
la fiamma della fede.

Ogni cristiano,
a suo modo,
può e deve essere
testimone del
Signore risorto.

Quando leggiamo
i nomi dei santi
possiamo vedere
quante volte
siano stati

– e continuino
ad essere –

anzitutto
degli uomini semplici,
uomini da cui
emanava
– ed emana –

una luce splendente
capace
di condurre a Cristo.

Benedetto XVI Omelia 2005/3

Ma questa sinfonia
di testimonianze
è dotata anche
di una struttura
ben definita:

ai successori
degli Apostoli,
e cioè ai Vescovi,
spetta la pubblica
responsabilità

di far sì
che la rete di queste
testimonianze
permanga
nel tempo.

Nel sacramento
dell’ordinazione
episcopale
vengono loro
conferite

la potestà
e la grazia
necessarie
per questo
servizio.

In questa rete
di testimoni,
al Successore
di Pietro
compete uno
speciale compito.

Fu Pietro
che espresse
per primo,

a nome
degli apostoli,

la professione
di fede:
“Tu sei il Cristo,
il Figlio del
Dio vivente”
(Mt 16,16).

Questo
è il compito
di tutti i
Successori
di Pietro:

essere la guida
nella professione
di fede in Cristo,
il Figlio
del Dio vivente.

La Cattedra
di Roma
è anzitutto
Cattedra di
questo credo.

Dall’alto
di questa Cattedra
il Vescovo di Roma
è tenuto
costantemente
a ripetere:

Dominus Iesus –
“Gesù è il Signore”,

come Paolo scrisse
nelle sue lettere
ai Romani (10,9)
e ai Corinzi
(1 Cor 12,3).

Ai Corinzi,
con particolare
enfasi, disse:

“Anche se
vi sono cosiddetti dèi
sia nel cielo
sia sulla terra…

per noi c’è
un solo Dio,
il Padre…;

e un solo Signore
Gesù Cristo,

in virtù del quale
esistono
tutte le cose
e noi esistiamo
per lui”
(1 Cor 8,5).

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
La Cattedra di Pietro
obbliga coloro
che ne sono i titolari
a dire

– come già
fece Pietro
in un momento
di crisi
dei discepoli –

quando tanti
volevano
andarsene:

“Signore,
da chi andremo?
Tu hai parole
di vita eterna;

noi abbiamo
creduto
e conosciuto
che tu sei
il Santo di Dio”
(Gv 6,68ss).

Colui che siede
sulla Cattedra
di Pietro

deve ricordare
le parole che
il Signore disse
a Simon Pietro
nell’ora
dell’Ultima Cena:

“….e tu,
una volta
ravveduto,
conferma
i tuoi fratelli….”
(Lc 22,32).

Colui che è
il titolare del
ministero petrino

deve avere
la consapevolezza
di essere un uomo
fragile e debole

– come sono
fragili e deboli
le sue proprie forze –

costantemente
bisognoso
di purificazione
e di conversione.

Ma egli può
anche avere
la consapevolezza
che dal Signore
gli viene la forza

per confermare
i suoi fratelli
nella fede

e tenerli uniti
nella confessione
del Cristo
crocifisso e risorto.

Nella prima lettera
di san Paolo
ai Corinzi,

troviamo
il più antico
racconto
della risurrezione
che abbiamo.

Paolo lo ha
fedelmente
ripreso
dai testimoni.

Tale racconto
dapprima
parla della morte
del Signore
per i nostri peccati,

della sua sepoltura,
della sua risurrezione,
avvenuta
il terzo giorno,
e poi dice:

“Cristo apparve
a Cefa
e quindi ai Dodici…”
(1 Cor 15,4),

Così,
ancora una volta,
viene riassunto
il significato
del mandato
conferito a Pietro

fino alla fine
dei tempi:
essere testimone
del Cristo risorto.

Benedetto XVI Omelia 2005/3

Il Vescovo di Roma
siede
sulla sua Cattedra
per dare
testimonianza
di Cristo.

Così la Cattedra
è il simbolo della
potestas docendi,

quella potestà
di insegnamento
che è parte essenziale
del mandato di legare
e di sciogliere

conferito
dal Signore
a Pietro
e, dopo di lui,
ai Dodici.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Nella Chiesa,
la Sacra Scrittura,

la cui comprensione
cresce
sotto l’ispirazione
dello Spirito Santo,

e il ministero
dell’interpretazione
autentica,
conferito
agli apostoli,

appartengono
l’una all’altro
in modo indissolubile.

Dove
la Sacra Scrittura
viene staccata
dalla voce vivente
della Chiesa,

cade in preda
alle dispute
degli esperti.

Certamente,
tutto ciò
che essi hanno
da dirci
è importante
e prezioso;

il lavoro
dei sapienti
ci è di
notevole aiuto
per poter
comprendere

quel processo
vivente con cui
è cresciuta
la Scrittura

e capire così
la sua
ricchezza storica.

Ma la scienza
da sola
non può fornirci
una interpretazione
definitiva
e vincolante;

non è in grado
di darci,
nell’interpretazione,

quella certezza
con cui
possiamo vivere
e per cui possiamo
anche morire.

Per questo occorre
un mandato più grande,
che non può scaturire
dalle sole
capacità umane.

Per questo occorre
la voce
della Chiesa viva,

di quella Chiesa
affidata a Pietro
e al collegio
degli apostoli
fino alla fine
dei tempi.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Questa potestà
di insegnamento
spaventa tanti uomini
dentro e fuori
della Chiesa.

Si chiedono se essa
non minacci
la libertà di coscienza,

se non sia
una presunzione
contrapposta
alla libertà
di pensiero.

Non è così.

Il potere
conferito da Cristo
a Pietro
e ai suoi successori

è, in senso assoluto,
un mandato
per servire.

La potestà
di insegnare,
nella Chiesa,
comporta
un impegno

a servizio
dell’obbedienza
alla fede.

Il Papa non è
un sovrano assoluto,
il cui pensare
e volere
sono legge.

Al contrario:
il ministero del Papa
è garanzia
dell’obbedienza
verso Cristo
e verso la Sua Parola.

Egli non deve
proclamare
le proprie idee,

bensì vincolare
costantemente
se stesso
e la Chiesa
all’obbedienza
verso la Parola di Dio,

di fronte
a tutti i tentativi
di adattamento
e di annacquamento,

come di fronte
ad ogni
opportunismo.

Lo fece Papa
Giovanni Paolo II,
quando, davanti
a tutti i tentativi,

apparentemente
benevoli
verso l’uomo,

di fronte
alle errate
interpretazioni
della libertà,

sottolineò
in modo
inequivocabile
l’inviolabilità
dell’essere umano,

l’inviolabilità
della vita umana
dal concepimento
fino
alla morte naturale.

La libertà
di uccidere
non è
una vera libertà,

ma è una tirannia
che riduce
l’essere umano
in schiavitù.

Benedetto XVI Omelia 2005/3

Il Papa
è consapevole
di essere,

nelle sue grandi
decisioni,

legato alla grande
comunità della fede
di tutti i tempi,

alle interpretazioni
vincolanti
cresciute lungo
il cammino
pellegrinante
della Chiesa.

Così,
il suo potere
non sta al di sopra,
ma è al servizio
della Parola di Dio,

e su di lui incombe
la responsabilità
di far sì che
questa Parola

continui a
rimanere presente
nella sua grandezza
e a risuonare
nella sua purezza,

così che non venga
fatta a pezzi
dai continui
cambiamenti
delle mode.

La Cattedra è

– diciamolo
ancora una volta –

simbolo
della potestà
di insegnamento,

che è una potestà
di obbedienza
e di servizio,

affinché
la Parola di Dio
– la sua verità! –
possa
risplendere
tra di noi,

indicandoci
la strada.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Ma, parlando
della Cattedra
del Vescovo di Roma,

come non ricordare
le parole che
Sant’Ignazio
d’Antiochia
scrisse ai Romani?

Pietro,
provenendo
da Antiochia,
sua prima sede,
si diresse a Roma,
sua sede definitiva.

Una sede
resa definitiva

attraverso il martirio
con cui legò
per sempre
la sua successione
a Roma.

Ignazio,
da parte sua,
restando
Vescovo
di Antiochia,

era diretto
verso il martirio
che avrebbe
dovuto subire
in Roma.

Nella sua
Lettera ai Romani
si riferisce
alla Chiesa
di Roma

come a
“Colei che presiede
nell’amore”,
espressione
assai significativa.

Non sappiamo
con certezza

che cosa Ignazio
avesse davvero
in mente
usando
queste parole.

Ma per
l’antica Chiesa,
la parola amore,
agape,

accennava
al mistero
dell’Eucaristia.

In questo Mistero
l’amore di Cristo
si fa sempre
tangibile
in mezzo a noi.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/3
Qui,
Egli si dona
sempre di nuovo.

Qui,
Egli si fa trafiggere
il cuore
sempre di nuovo;

qui,
Egli mantiene
la Sua promessa,

la promessa che,
dalla Croce,
avrebbe attirato
tutto a sé.

Nell’Eucaristia,
noi stessi impariamo
l’amore di Cristo.

È stato grazie
a questo centro
e cuore,
grazie all’Eucaristia,
che i santi
hanno vissuto,

portando
l’amore di Dio
nel mondo
in modi
e in forme
sempre nuove.

Grazie
all’Eucaristia
la Chiesa rinasce
sempre di nuovo!

La Chiesa
non è altro
che quella rete

– la comunità
eucaristica! –

in cui tutti noi,
ricevendo
il medesimo
Signore,

diventiamo
un solo corpo
e abbracciamo
tutto il mondo.

Presiedere
nella dottrina
e presiedere
nell’amore,
alla fine,

devono essere
una cosa sola:
tutta la dottrina
della Chiesa,
alla fine,
conduce all’amore.

E l’Eucaristia,
quale amore
presente
di Gesù Cristo,
è il criterio
di ogni dottrina.

Dall’amore
dipendono
tutta la Legge
e i Profeti,
dice il Signore
(Mt 22,40).

L’amore
è il compimento
della legge,
scriveva San Paolo
ai Romani (13,10).

Benedetto XVI Omelia 2005/3

Cari Romani,
adesso sono
il vostro Vescovo.

Grazie
per la vostra generosità,
grazie
per la vostra simpatia,
grazie
per la vostra pazienza!

In quanto cattolici,
in qualche modo,
tutti siamo anche
romani.

Con le parole
del Salmo 87,
un inno di lode
a Sion, madre
di tutti i popoli,

cantava Israele
e canta la Chiesa:
“Si dirà di Sion:
L’uno e l’altro
è nato in essa…”
(v. 5).

Ugualmente,
anche noi
potremmo dire:

in quanto cattolici,
in qualche modo,
siamo tutti
nati a Roma.

Così voglio cercare,
con tutto il cuore,
di essere
il vostro Vescovo,
il Vescovo di Roma.

E tutti noi
vogliamo cercare
di essere
sempre più cattolici

– sempre più fratelli
e sorelle nella grande
famiglia di Dio -,

quella famiglia
in cui non esistono
stranieri.

Infine,
vorrei ringraziare
di cuore il Vicario
per la Diocesi di Roma,
il Cardinale
Camillo Ruini,

e anche
i Vescovi ausiliari
e tutti
i suoi collaboratori.

Ringrazio di cuore
i parroci,
il clero di Roma
e tutti coloro che,
come fedeli,

offrono
il loro contributo
per costruire qui
la casa vivente di Dio.
Amen.

Foto: Benedetto XVI /
lafedeltà.it

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