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Benedetto XVI Omelia 2005/1

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Inizio del Ministero Petrino
Piazza San Pietro
Domenica, 24 aprile 2005

 

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Signori Cardinali,
venerati Fratelli
nell’episcopato
e nel sacerdozio,

distinte Autorità
e Membri
del Corpo diplomatico,
carissimi Fratelli e Sorelle!

Per ben tre volte,
in questi giorni
così intensi, il canto
delle litanie dei santi
ci ha accompagnato:

durante i funerali
del nostro Santo Padre
Giovanni Paolo II;

in occasione
dell’ingresso dei Cardinali
in Conclave,

ed anche oggi,
quando le abbiamo
nuovamente cantate
con l’invocazione:
Tu illum adiuva-

sostieni
il nuovo successore
di San Pietro.

Ogni volta
in un modo
del tutto particolare

ho sentito
questo canto orante
come una grande
consolazione.

Benedetto XVI Omelia 2005/1

Quanto
ci siamo sentiti
abbandonati
dopo la dipartita
di Giovanni Paolo II!

Il Papa che
per ben 26 anni
è stato nostro pastore
e guida nel cammino
attraverso questo tempo.

Egli varcava
la soglia
verso l’altra vita
– entrando
nel mistero di Dio.

Ma non compiva
questo passo
da solo.

Chi crede,
non è mai solo
– non lo è nella vita
e neanche
nella morte.

In quel momento
noi abbiamo potuto
invocare i santi
di tutti i secoli
– i suoi amici, i suoi
fratelli nella fede,

sapendo
che sarebbero stati
il corteo vivente

che lo avrebbe
accompagnato
nell’aldilà,
fino alla gloria di Dio.

Noi sapevamo
che il suo arrivo
era atteso.

Ora sappiamo
che egli è fra i suoi
ed è veramente
a casa sua.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Di nuovo,
siamo stati consolati

compiendo
il solenne ingresso
in conclave,
per eleggere colui
che il Signore
aveva scelto.

Come potevamo
riconoscere
il suo nome?

Come potevano
115 Vescovi,
provenienti
da tutte le culture
ed i paesi,

trovare colui
al quale il Signore
desiderava conferire
la missione
di legare e sciogliere?

Ancora una volta,
noi lo sapevamo:

sapevamo
che non siamo soli,
che siamo circondati,
condotti e guidati
dagli amici di Dio.

Benedetto XVI Omelia 2005/1

Ed ora,
in questo momento,
io debole servitore di Dio
devo assumere
questo compito inaudito,

che realmente supera
ogni capacità umana.

Come posso
fare questo?
Come sarò in grado
di farlo?

Voi tutti,
cari amici,
avete appena
invocato l’intera
schiera dei santi,

rappresentata
da alcuni dei grandi
nomi della storia di Dio
con gli uomini.

In tal modo,
anche in me
si ravviva questa
consapevolezza:
non sono solo.

Non devo portare
da solo
ciò che in realtà
non potrei mai
portare da solo.

La schiera
dei santi di Dio
mi protegge,
mi sostiene
e mi porta.

E la Vostra preghiera,
cari amici,
la Vostra indulgenza,

il Vostro amore,
la Vostra fede
e la Vostra speranza
mi accompagnano.

Infatti alla
comunità dei santi

non appartengono
solo le grandi figure
che ci hanno preceduto
e di cui conosciamo
i nomi.

Noi tutti
siamo la comunità
dei santi,

noi battezzati
nel nome del Padre,
del Figlio
e dello Spirito Santo,

noi che viviamo
del dono della carne
e del sangue di Cristo,

per mezzo del quale
egli ci vuole trasformare
e renderci simili
a se medesimo.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Sì,
la Chiesa è viva
– questa è la meravigliosa
esperienza di questi giorni.

Proprio
nei tristi giorni
della malattia
e della morte
del Papa

questo
si è manifestato
in modo meraviglioso
ai nostri occhi:
che la Chiesa è viva.

E la Chiesa
è giovane.

Essa porta in sé
il futuro del mondo
e perciò mostra
anche a ciascuno di noi
la via verso il futuro.

La Chiesa è viva
e noi lo vediamo:
noi sperimentiamo
la gioia che
il Risorto
ha promesso ai suoi.

La Chiesa è viva
– essa è viva,
perché Cristo è vivo,
perché egli
è veramente risorto.

Nel dolore,
presente sul volto
del Santo Padre
nei giorni di Pasqua,

abbiamo contemplato
il mistero
della passione di Cristo
ed insieme toccato
le sue ferite.

Ma in tutti questi giorni
abbiamo anche potuto,
in un senso profondo,
toccare il Risorto.

Ci è stato dato
di sperimentare
la gioia
che egli ha promesso,

dopo un breve
tempo di oscurità,
come frutto della
sua resurrezione.

Benedetto XVI Omelia 2005/1

La Chiesa è viva
– così saluto con grande
gioia e gratitudine
voi tutti,
che siete qui radunati,

venerati Confratelli
Cardinali e Vescovi,
carissimi sacerdoti,
diaconi,
operatori pastorali,
catechisti.

Saluto voi,
religiosi e religiose,
testimoni
della trasfigurante
presenza di Dio.

Saluto voi,
fedeli laici,
immersi nel
grande spazio
della costruzione
del Regno di Dio

che si espande
nel mondo,
in ogni espressione
della vita.

Il discorso si fa
pieno di affetto
anche nel saluto
che rivolgo
a tutti coloro

che, rinati
nel sacramento
del Battesimo,

non sono ancora
in piena comunione
con noi;

ed a voi fratelli
del popolo ebraico,
cui siamo legati
da un grande
patrimonio spirituale
comune,

che affonda
le sue radici
nelle irrevocabili
promesse di Dio.

Il mio pensiero,
infine

– quasi
come un’onda
che si espande –

va a tutti gli uomini
del nostro tempo,
credenti e non credenti.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Cari amici!

In questo momento
non ho bisogno
di presentare
un programma
di governo.

Qualche tratto di ciò
che io considero
mio compito,

ho già potuto esporlo
nel mio messaggio
di mercoledì 20 aprile;

non mancheranno
altre occasioni per farlo.

Il mio vero programma
di governo
è quello di non fare
la mia volontà,
di non perseguire
mie idee,

ma
di mettermi in ascolto,
con tutta quanta la Chiesa,
della parola e della volontà
del Signore
e lasciarmi guidare da Lui,

cosicché sia Egli stesso
a guidare la Chiesa
in questa ora
della nostra storia.

Invece di esporre
un programma
io vorrei
semplicemente
cercare di commentare

i due segni con cui
viene rappresentata
liturgicamente
l’assunzione
del Ministero Petrino;

entrambi questi segni,
del resto,
rispecchiano
anche esattamente
ciò che viene proclamato
nelle letture di oggi.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Il primo segno
è il Pallio,
tessuto in pura lana,
che mi viene posto
sulle spalle.

Questo
antichissimo segno,
che i Vescovi di Roma
portano fin dal IV secolo,

può essere considerato
come un’immagine
del giogo di Cristo,

che il Vescovo
di questa città,
il Servo dei Servi di Dio,
prende sulle sue spalle.

Benedetto XVI Omelia 2005/1

Il giogo di Dio
è la volontà di Dio,
che noi accogliamo.

E questa volontà
non è per noi
un peso esteriore,
che ci opprime
e ci toglie la libertà.

Conoscere
ciò che Dio vuole,
conoscere qual è
la via della vita

– questa era
la gioia di Israele,
era il suo
grande privilegio.

Questa è anche
la nostra gioia:

la volontà di Dio
non ci aliena,
ci purifica

– magari in modo
anche doloroso –

e così ci conduce
a noi stessi.

In tal modo,
non serviamo
soltanto Lui
ma la salvezza
di tutto il mondo,
di tutta la storia.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
In realtà
il simbolismo del Pallio
è ancora più concreto:

la lana d’agnello
intende rappresentare
la pecorella perduta
o anche quella malata
e quella debole,

che il pastore mette
sulle sue spalle
e conduce alle acque
della vita.

La parabola
della pecorella smarrita,
che il pastore
cerca nel deserto,

era per i Padri
della Chiesa
un’immagine
del mistero di Cristo
e della Chiesa.

L’umanità
– noi tutti –
è la pecora smarrita
che, nel deserto,
non trova più la strada.

Il Figlio di Dio
non tollera questo;

Egli non può
abbandonare
l’umanità
in una simile
miserevole
condizione.

Balza in piedi,
abbandona
la gloria del cielo,

per ritrovare
la pecorella
e inseguirla,
fin sulla croce.

La carica
sulle sue spalle,
porta
la nostra umanità,
porta noi stessi

– Egli è il buon pastore,
che offre la sua vita
per le pecore.

Il Pallio dice
innanzitutto
che tutti noi
siamo portati
da Cristo.

Ma allo stesso tempo
ci invita a portarci
l’un l’altro.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Così il Pallio
diventa il simbolo
della missione
del pastore,

di cui parlano
la seconda lettura
ed il Vangelo.

La santa
inquietudine di Cristo
deve animare
il pastore:
1
per lui
non è indifferente
che tante persone
vivano nel deserto.

E vi sono
tante forme
di deserto.

Vi è il deserto
della povertà,
il deserto della fame
e della sete,

vi è il deserto
dell’abbandono,
della solitudine,
dell’amore distrutto.

Vi è il deserto
dell’oscurità di Dio,
dello svuotamento
delle anime

senza più coscienza
della dignità
e del cammino
dell’uomo.

I deserti esteriori
si moltiplicano
nel mondo,

perché
i deserti interiori
sono diventati
così ampi.

Perciò
i tesori della terra
non sono più
al servizio
dell’edificazione
del giardino di Dio,

nel quale tutti
possano vivere,
ma sono asserviti
alle potenze
dello sfruttamento
e della distruzione.

Benedetto XVI Omelia 2005/1

La Chiesa
nel suo insieme,
ed i Pastori in essa,
devono come Cristo
mettersi in cammino,

per condurre
gli uomini fuori
dal deserto,
verso il luogo
della vita,

verso l’amicizia
con il Figlio di Dio,
verso Colui che
ci dona la vita,
la vita in pienezza.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Il simbolo dell’agnello
ha ancora
un altro aspetto.

Nell’Antico Oriente
era usanza
che i re
designassero se stessi
come pastori
del loro popolo.

Questa era
un’immagine
del loro potere,
un’immagine cinica:

i popoli erano
per loro
come pecore,
delle quali il pastore
poteva disporre
a suo piacimento.

Mentre il pastore
di tutti gli uomini,
il Dio vivente,
è divenuto
lui stesso agnello,

si è messo
dalla parte degli agnelli,
di coloro che sono
calpestati e uccisi.

Proprio così
Egli si rivela
come il vero pastore:

“Io sono
il buon pastore…
Io offro la mia vita
per le pecore”,
dice Gesù
di se stesso (Gv 10,14s).

Non è il potere
che redime,
ma l’amore!

Questo è
il segno di Dio:
Egli stesso è amore.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Quante volte
noi desidereremmo
che Dio
si mostrasse più forte.

Che Egli colpisse
duramente,
sconfiggesse il male
e creasse
un mondo migliore.

Tutte le ideologie
del potere
si giustificano così,

giustificano la distruzione
di ciò che si opporrebbe
al progresso
e alla liberazione
dell’umanità.

Noi soffriamo
per la pazienza di Dio.

E nondimeno
abbiamo tutti bisogno
della sua pazienza.

Il Dio,
che è divenuto agnello,
ci dice che il mondo
viene salvato
dal Crocifisso
e non dai crocifissori.

Il mondo è redento
dalla pazienza di Dio
e distrutto
dall’impazienza
degli uomini.

Benedetto XVI Omelia 2005/1

Una delle caratteristiche
fondamentali del pastore
deve essere quella
di amare gli uomini
che gli sono stati affidati,

così come Cristo ama,
e al cui servizio si trova.

“Pasci le mie pecore”,
dice Cristo a Pietro,
ed a me,
in questo momento.

Pascere
vuol dire amare,
e amare
vuol dire anche
essere pronti a soffrire.

Amare significa:
dare alle pecore
il vero bene,
il nutrimento
della verità di Dio,
della parola di Dio,

il nutrimento
della sua presenza,
che egli ci dona nel
Santissimo Sacramento.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Cari amici
– in questo momento
io posso dire soltanto:

pregate per me,
perché io impari
sempre più
ad amare il Signore.

Pregate per me,
perché io impari
ad amare sempre più
il suo gregge

– voi, la Santa Chiesa,
ciascuno di voi
singolarmente
e voi tutti insieme.

Pregate per me,
perché io non fugga,
per paura,
davanti ai lupi.

Preghiamo
gli uni per gli altri,
perché il Signore
ci porti

e noi impariamo
a portarci
gli uni gli altri.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Il secondo segno, con cui
viene rappresentato
nella liturgia odierna
l’insediamento
nel Ministero Petrino,

è la consegna
dell’anello
del pescatore.

La chiamata di Pietro
ad essere pastore,

che abbiamo udito
nel Vangelo,

fa seguito alla narrazione
di una pesca abbondante:

dopo una notte,
nella quale
avevano gettato le reti
senza successo,

i discepoli vedono
sulla riva
il Signore Risorto.

Egli comanda loro
di tornare a pescare
ancora una volta

ed ecco che la rete
diviene così piena
che essi non riescono
a tirarla su;
153 grossi pesci:

“E sebbene fossero
così tanti,
la rete non si strappò”
(Gv 21, 11).

Questo racconto,
al termine
del cammino terreno
di Gesù
con i suoi discepoli,

corrisponde
ad un racconto
dell’inizio:

anche allora i discepoli
non avevano pescato nulla
durante tutta la notte;

anche allora Gesù
aveva invitato Simone
ad andare al largo
ancora una volta.

E Simone,
che ancora non era
chiamato Pietro,
diede
la mirabile risposta:

Maestro,
sulla tua parola
getterò le reti!

Ed ecco
il conferimento
della missione:

“Non temere!
D’ora in poi
sarai pescatore
di uomini” (Lc 5,1-11).

Benedetto XVI Omelia 2005/1

Anche oggi
viene detto alla Chiesa
e ai successori
degli apostoli
di prendere il largo
nel mare della storia

e di gettare le reti,
per conquistare
gli uomini al Vangelo
– a Dio, a Cristo,
alla vera vita.

I Padri hanno dedicato
un commento
molto particolare
anche a questo
singolare compito.

Essi dicono così:
per il pesce,
creato per l’acqua,
è mortale
essere tirato
fuori dal mare.

Esso viene sottratto
al suo elemento vitale
per servire
di nutrimento all’uomo.

Ma nella missione
del pescatore di uomini
avviene il contrario.

Noi uomini
viviamo alienati,
nelle acque salate
della sofferenza
e della morte;

in un mare di oscurità
senza luce.

La rete del Vangelo
ci tira fuori
dalle acque della morte
e ci porta nello splendore
della luce di Dio,
nella vera vita.

È proprio così
– nella missione
di pescatore di uomini,
al seguito di Cristo,

occorre portare gli uomini
fuori dal mare salato
di tutte le alienazioni
verso la terra della vita,
verso la luce di Dio.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
È proprio così:
noi esistiamo
per mostrare Dio
agli uomini.

E solo laddove
si vede Dio,
comincia veramente
la vita.

Solo quando
incontriamo
in Cristo
il Dio vivente,
noi conosciamo
che cosa è la vita.

Non siamo
il prodotto casuale
e senza senso
dell’evoluzione.

Ciascuno di noi
è il frutto
di un pensiero di Dio.

Ciascuno di noi
è voluto,
ciascuno è amato,
ciascuno è necessario.

Non vi è niente
di più bello
che essere raggiunti,
sorpresi dal Vangelo,
da Cristo.

Non vi è niente
di più bello
che conoscere Lui
e comunicare
agli altri
l’amicizia con lui.

Il compito del pastore,
del pescatore di uomini
può spesso
apparire faticoso.

Ma è bello e grande,
perché in definitiva
è un servizio alla gioia,
alla gioia di Dio

che vuol fare
il suo ingresso
nel mondo.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Vorrei qui rilevare
ancora una cosa:

sia nell’immagine
del pastore
che in quella
del pescatore

emerge in modo
molto esplicito
la chiamata all’unità.

“Ho ancora
altre pecore,
che non sono
di questo ovile;
anch’esse
io devo condurre

ed ascolteranno
la mia voce

e diverranno
un solo gregge
e un solo pastore”
(Gv 10,16),

dice Gesù
al termine del discorso
del buon pastore.

E il racconto
dei 153 grossi pesci
termina
con la gioiosa
constatazione:

“sebbene fossero
così tanti,
la rete non si strappò”
(Gv 21,11).

Ahimè,
amato Signore,
essa ora
si è strappata!
vorremmo dire
addolorati.

Ma no
– non dobbiamo
essere tristi!

Rallegriamoci
per la tua promessa,
che non delude,

e facciamo
tutto il possibile
per percorrere la via
verso l’unità,
che tu hai promesso.

Facciamo
memoria di essa
nella preghiera
al Signore,
come mendicanti:

sì, Signore,
ricordati di quanto
hai promesso.

Fa’ che siamo
un solo pastore
ed un solo gregge!

Non permettere
che la tua rete
si strappi
ed aiutaci ad essere
servitori dell’unità!

Benedetto XVI Omelia 2005/1

In questo momento
il mio ricordo ritorna
al 22 ottobre 1978,

quando Papa
Giovanni Paolo II
iniziò il suo ministero
qui sulla Piazza
di San Pietro.

Ancora,
e continuamente,
mi risuonano
nelle orecchie
le sue parole
di allora:

“Non abbiate paura,
aprite
anzi spalancate
le porte a Cristo!”.

Il Papa parlava ai forti,
ai potenti del mondo,
i quali avevano paura
che Cristo potesse
portar via qualcosa
del loro potere,

se lo avessero
lasciato entrare
e concesso
la libertà alla fede.

Sì, egli avrebbe
certamente
portato via loro
qualcosa:

il dominio
della corruzione,
dello stravolgimento
del diritto,
dell’arbitrio.

Ma non avrebbe
portato via nulla
di ciò che appartiene
alla libertà dell’uomo,

alla sua dignità,
all’edificazione
di una società giusta.

Il Papa parlava
inoltre
a tutti gli uomini,
soprattutto ai giovani.

***

Benedetto XVI Omelia 2005/1
Non abbiamo forse tutti
in qualche modo paura

– se lasciamo
entrare Cristo
totalmente
dentro di noi,
se ci apriamo
totalmente a lui –

paura che Egli
possa portar via
qualcosa
della nostra vita?

Non abbiamo forse paura
di rinunciare a qualcosa
di grande, di unico,
che rende la vita
così bella?

Non rischiamo
di trovarci poi
nell’angustia
e privati della libertà?

Ed ancora una volta
il Papa voleva dire:

no!
chi fa entrare Cristo,
non perde nulla,
nulla

– assolutamente
nulla di ciò
che rende la vita libera,
bella e grande.

No! solo
in quest’amicizia
si spalancano
le porte della vita.

Solo
in quest’amicizia
si dischiudono
realmente
le grandi potenzialità
della condizione umana.

Solo
in quest’amicizia
noi sperimentiamo
ciò che è bello
e ciò che libera.

Così, oggi,
io vorrei,
con grande forza
e grande convinzione,

a partire
dall’esperienza
di una lunga
vita personale,

dire a voi,
cari giovani:
non abbiate
paura di Cristo!

Egli non toglie nulla,
e dona tutto.

Chi si dona a lui,
riceve il centuplo.

Sì, aprite,
spalancate
le porte a Cristo
– e troverete
la vera vita.
Amen.

Foto: Benedetto XVI,
Omelia per l’inizio
del suo Ministero Petrino /
lafedeltà.it

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